Il racconto si apre con un suicidio. L’uomo che si è tolto la vita ha premeditato e organizzato il suo gesto estremo nei minimi dettagli. Tra i suoi documenti viene ritrovata una piccola fotografia in bianco e nero di sua madre, Betsy, nonché la bisnonna mai conosciuta dell’autrice. In famiglia nessuno ne ha mai parlato volentieri, anzi. Tutti cercano di sviare il discorso quando qualcuno tenta di fare domande e indagare sulla vita di questa donna che si dice fosse stata pazza. Adele Yon si butta a capofitto nelle ricerche intervistando zii, cugini, conoscenti e consultando gli archivi degli ospedali presso cui la bisnonna era stata ricoverata. Scopre che Elisabeth, questo è il vero nome di Betsy, era affetta probabilmente da schizofrenia ed è stata lobotomizzata. Non manca una dettagliata digressione scientifica su questa inquietante pratica chirurgica nata negli anni ‘30 del ‘900. Inevitabilmente ci si chiede se lo scopo della lobotomia fosse la guarigione della paziente (si parla al femminile in quanto oltre l’80 per cento di queste operazioni sono state effettuate a donne) oppure l’eliminazione dei sintomi che rendevano la paziente stessa di difficile gestione. La condizione di Betsy l’ha condannata al ripudio da parte del marito, costringendola a tornare a vivere con i genitori una volta dimessa definitivamente dall’ospedale psichiatrico. Una storia spietata e potente, che lascia l’amaro in bocca e apre molti interrogativi sulla salute mentale e più in generale sulla sofferenza umana.
Il mio vero nome è Elisabeth
Un libro sul peso dell’eredità, le violenze subite dalle donne, la psichiatria nella seconda metà del Novecento e la realtà di una famiglia borghese apparentemente ordinaria, ma piena di segreti.
«I parenti mi verranno a cercare incuriositi, un po’ sospettosi: Allora, pare che tu stia facendo ricerche su Betsy? Non diranno mai: sulla mamma, su mia nonna, su mia sorella. Diranno sempre: su Betsy. Ma per adesso Betsy è un nome che non si pronuncia. So che nell’istante in cui avrò estratto questo nome dal silenzio, con il gesto secco del palombaro che tira il tubo che lo collega alla superficie quando gli viene a mancare l’ossigeno, qualcosa sarà cambiato.»
«Il libro più impressionante e vertiginoso dell’anno». - Le Nouvel Obs
«Per restituire a Betsy un corpo e una storia, Adèle Yon buca il silenzio con la sua voce piena di rabbia, perché la storia di Betsy riguarda la sua stessa sopravvivenza». - Le Monde
«La ferocia del dominio maschile esercitato sul corpo e sulla mente delle donne vi sconvolgerà». - Libération
«All'esordio, la francese Adèle Yon fruga nelle storie di famiglia, sulle tracce della bisnonna. Ne emerge una vicenda straziante dove il disagio mentale e la pratica della lobotomia si combinano con i modi della sopraffazione maschile.» - Alessio Torino, La Lettura
Una ricercatrice, ossessionata dalla paura di impazzire, intraprende un’indagine per rompere il silenzio che avvolge la storia della sua bisnonna Elisabeth, detta Betsy — una donna dichiarata schizofrenica e sottoposta a lobotomia negli anni ’50, una delle prime in Francia. Di lei nessuno parla: i figli hanno sempre taciuto, i nipoti ignorano quasi tutto di lei. Attraverso lettere, archivi ospedalieri e interviste ai discendenti, Adèle Yon ricompone l’esistenza di una donna brillante e ribelle, troppo viva per il suo tempo. Andata in sposa a un uomo rigido, autoritario e crudele, che mal sopporta la sua indipendenza, Betsy viene prima sottoposta a una serie di elettroshock, poi lobotomizzata e infine rinchiusa in un istituto psichiatrico, dove trascorre diciassette anni tentando invano di fuggire.
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Anno edizione:2026
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Martina Gallo 12 agosto 2026
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liberi leggendo blog 26 giugno 2026
Carissimi Book Lovers, oggi vi parlo di "Il mio vero nome è Elisabeth", un libro che è insieme un'indagine vera e propria e un grido di rabbia femminista, una lettura immensa che mi ha scosso fin dentro le ossa. Tutto comincia con un gesto inspiegabile: un uomo di successo, lucido e sano, si getta da una finestra. Non è un impulso, ma un piano calcolato nei minimi dettagli da cinquant'anni. Nel portabagagli della sua auto lascia solo cinque libri e una fototessera. L'immagine ritrae una donna anziana con lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. Quella donna è Betsy, una bisnonna che la narratrice non ha mai conosciuto. Nella sua rispettabile famiglia cattolica, Betsy è sempre stata solo un fantasma di cui non si parla: dicevano che era malata, triste, che urlava. La verità è molto più feroce: è stata lobotomizzata. L'aspetto che più mi ha colpito, e che mi ha fatto amare alla follia la struttura di questo romanzo, è come l'autrice costruisce il mistero. Non ci sono supposizioni, c'è un'ostinazione quasi scientifica. La narratrice si ritrova tra le mani quella vecchia fototessera e capisce che ricostruire la vita di Betsy non è più solo curiosità, ma una questione di sopravvivenza. Diventa l'unico modo per sconfiggere la paura profonda di una follia ereditaria, di un'ombra che sembra legare tutte le donne della stirpe. Ma i parenti non vogliono parlare. Betsy, a più di trent'anni dalla morte, è ancora un buco nero che risucchia le parole e inghiotte i ricordi. Continua sul blog...
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